"L'ARTE NON SMETTE DI OSCILLARE TRA PERDITA E RINASCITA".

LE ALCHIMISTE DI ANSELM KIEFER

di Giuseppina Bolzoni

 

Rovine e distruzioni, sembra ricordarci costantemente Anselm Kiefer attraverso le sue opere, fanno parte della storia dell’umanità, anche del nostro presente. Così come le macerie di Donaueschingen, suo luogo di nascita nel 1945, e dell’intera Germania sono state parte del paesaggio della sua infanzia e dei giochi da bambino.
Possiamo, quindi, meglio comprendere la scelta della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale per ospitare più di quaranta grandi teleri dedicati ad alcune donne che nei secoli hanno studiato o praticato l’alchimia e che hanno contribuito alla nascita della scienza moderna: la sala presenta i frammenti delle decorazioni in stucco, distrutte dal bombardamento della RAF del 15 agosto 1943, e mai restaurate o ricostruite, come pure è accaduto alla volta, con l’affresco di Francesco Hayez con L’apoteosi di Ferdinando I del 1838, e al ballatoio con i dipinti di Andrea Appiani. Accostare le immagini delle Alchimiste, spesso ignorate, incomprese o ferite dalla storia, a ciò che rimane della sontuosa sala settecentesca, insieme agli specchi ossidati che moltiplicano all’infinito le opere, ci introduce alla lettura del percorso della mostra che indaga i poteri creativi e redentivi delle donne, soprattutto delle alchimiste che credevano nella possibilità della rigenerazione della materia. Il tema non è nuovo per l’artista, è centrale nella sua poetica, come scrive Lia Rumma a proposito dei Sette palazzi celesti dell’Hangar Bicocca di Milano, un’installazione permanente che Kiefer ha realizzato nei primi anni del Duemila: «[...] combinare assieme i referenti della storia e il magma della materia, l’irruenza del moderno e la persistenza dell’arcaico, immagini di ascesa spirituale e indicazioni di irreprimibili spinte verso la caduta e la distruzione della specie umana. [...]».

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La mostra o meglio la grandiosa installazione di Kiefer, che sarà visibile fino al 27 settembre 2026, può essere consigliata agli allievi, ma anche ai colleghi di tutte le discipline, come “compito” estivo, come occasione per conoscere l’opera di uno dei più potenti artisti contemporanei, in una sorta di riepilogazione del metodo, dei materiali e delle forme che da decenni propone al pubblico. Libri di piombo, girasoli con la testa abbassata, fiori e altri elementi vegetali essiccati, argilla e acciaio, fili metallici, collage di tele, olio e acrilico, gommalacca, foglia d’oro per gli sfondi, sono queste le “sostanze”, come l’artista le chiama, con cui lavora. «Non uso colori convenzionali e nemmeno la vernice. Uso le sostanze. Una macchia sbiadita che pare rossa, per esempio è ruggine, semplice ruggine». Scrive Natacha Fabbri, filosofa e storica della scienza, nel saggio in catalogo: “La stessa resa cromatica è frutto di processi vivi: ossidazioni, patine, combustione, elettrolisi, sedimenti, chimica lenta che continua a scrivere sul supporto e a plasmarlo”. 

Tutto, nella sala, appare mobile, in trasformazione, a partire dalle tele montate su sostegni con piccole rotelle, agganciati tra loro tanto da apparire come monumentali paraventi. I visitatori si devono muovere girando intorno alle serie di pannelli che presentano opere su entrambi i lati, alte quasi sei metri. osservando da molto vicino le superfici, sentendone anche gli “odori”. Kiefer dice che «… il lavoro sui grandi formati è anzitutto questione di temperamento, di necessità. Ne ho bisogno, perché investo fisicamente me stesso e amo lavorare con il mio corpo».

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Ma la trasformazione riguarda anche il processo creativo delle singole opere, come possiamo leggere in questo brano eccezionale, in cui l’artista cerca di tradurre in parole l’esperienza del “fare”:

La nascita del quadro risponde a un procedimento complesso e il mio umore cambia continuamente nel corso della sua elaborazione. All’inizio attraverso degli “stati fisici” in cui, per così dire, mi sento rinchiuso dentro la materia del quadro, in cui faccio tutt’uno con l’esistente. Ignoro che cosa significhi, ma è qualcosa che mi spinge ad agire. In quel momento sono immerso nella materia, nel colore, nella sabbia, nell’argilla, nell’accecamento dell’istante. Non c’è distanza. Paradossalmente, questo qualcosa informe che ha luogo nella più stretta prossimità, con la testa quasi dentro il colore, è anche estremamente preciso. Allora indietreggio un po’ e cerco di vedere, di distinguere ciò che ho davanti, e poi mi chiedo come proseguire il lavoro avvalendomi ci ciò che è già stato fatto. A quel punto ho qualcosa di fronte a me con cui confrontarmi. Posso fare riferimento a qualcosa che sta lì, esterno, davanti a me. Il quadro è là e io sono qui nel quadro. A questa condizione subentra subito la delusione, un senso di mancanza. Non è una mancanza, è provocata da qualcosa che non avrei visto, che avrei tralasciato di svelare. E’ una mancanza che non può essere riempita con l’aiuto di nessun’altra forma. Da quel momento in poi non potrò concludere se non riferendomi ad atri elementi, altrettanto incerti, che possono essere storici, figurativi o di altra natura. E’ un dato di fatto: il quadro prende come oggetto il mondo, si concretizza in questo modo. Quando a sua volta diventa un oggetto, lo espongo all’aria, al vento e alla pioggia. Mi affido alla natura, non perché porti a una redenzione, ma perché mi aiuti a completarlo.”

kisabA. Kiefer, Isabella d’Aragona 2025, emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, foglia d’argento, sedimento di elettrolisi, fiori essiccati, paglia e collage di tela su tela, 570x280 cm

A partire da questo lungo, ma illuminante, testo possiamo tentare la lettura di qualche pannello per conoscere più da vicino alcune delle donne studiate da Kiefer, e che recenti ricerche, come quella di Meredith K. Ray pubblicata nel 2022 a Roma - Figlie dell’alchimia. Donne e cultura scientifica nell’Italia della prima età moderna – hanno messo in luce.

Nella prima serie s’incontra Sophie Brahe (1556-1643), sorella dell’astronomo danese Tycho Brahe, che studiò da sola sui libri del fratello e divenne la sua assistente. Il re di Danimarca donò a Tycho l'isola di Ven, vicino a Copenaghen, sulla quale venne eretto il castello-osservatorio di Uraniborg: qui i fratelli Brahe furono i primi astronomi europei ad effettuare osservazioni regolari ed a lungo termine sulla posizione delle stelle fisse e dei pianeti tramite strumenti di osservazione da loro ideati, dato che il telescopio non era stato ancora inventato. Quando, nel 1588 il marito morì, Sophie si diede allo studio dell'alchimia e della medicina.
Kiefer la ritrae in piedi, nuda e di schiena, mentre regge un crogiolo davanti ad una grande sfera dorata. Tra i materiali del pannello ci sono anche paglia e argilla, elementi naturali che la donna utilizzò per coltivare le piante medicinali. Soleva dire che solo guardando in alto vedeva il basso e viceversa: infatti, coltivò un orto dei semplici per ricavarne rimedi da destinare agli ultimi, ai poveri che non potevano permettersi delle cure.

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 Kiefer, Sophie Brahe, 2025, emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi, paglia, argilla e collage di tela su tela, 570x280 cm

Particolarmente significativa per la città di Milano è Caterina Sforza (1463-1509), figlia naturale di Galeazzo Maria Sforza, signora di Imola e contessa di Forlì, progenitrice della dinastia dei Medici: ebbe doti politiche e guerriere che trasmise al figlio, il famoso capitano di ventura Giovanni delle Bande Nere. Visse gli anni giovanili alla corte sforzesca, frequentata da letterati e artisti, e fu l’autrice del manoscritto Experimenti (risultato dei numerosi esperimenti chimici che praticò per tutta la vita), che raccoglie più di 400 tra ricette di cosmesi (come rossetti, lozioni e tinture per capelli) e indicazioni su come curare malattie, dalla febbre all’emicrania, all’epilessia e alla sterilità. Vi si leggono anche le istruzioni per creare la pietra e quintessenza filosofale. La donna è immortalata mentre brandisce un ramo di vischio come fosse una spada, unendo delicatezza e forza, così come il rosa dello sfondo copre il nero sottostante e che è anche il colore della sua veste. Una fiammella sembra bruciare uno dei rami, forse ad indicare le diverse passioni della contessa.

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 A. Kiefer, Caterina Sforza, 2025, emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi, vischio essiccato, paglia, filo metallico, argilla e collage di tela su tela, 570x 280 cm

Ogni protagonista è identificabile dal suo nome tracciato in caratteri dorati nella parte alta del pannello, ma anche da elementi o simboli che caratterizzano il suo lavoro: elementi vegetali essiccati, libri di piombo, l’oro che illumina molti sfondi su cui si stagliano alcune figure in volo, come accade per Marie de Bachimont, Mary Anne Atwood, Kleopatra e Dorothea Juliana Wallich: quest’ultima si firmava con le iniziali D.I.W. perché un alone di mistero la circondava ed i suoi scritti, pubblicati agli inizi del XVIII secolo, mescolavano alchimia, spiritualità e analogie cristologiche. La nube che la avvolge e la rende eterea sembra quasi una rappresentazione della sua anima che aspira ad elevarsi.
Se tra le prime immagini vediamo il Lapis niger, materia prima oscura da cui nasce, attraverso la putrefazione (fase di “nigredo”), ogni trasformazione, nella Sala del Lucernario, una saletta più piccola adiacente a quella delle Cariatidi, vediamo alcuni pannelli, montati su supporti invisibili e appoggiati direttamente sul pavimento, il cui fondo è completamente d’oro, materiale incorruttibile e perfetto, simbolo della purificazione spirituale ormai avvenuta.

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Camilla Erculiani, vissuta nella seconda metà del Cinquecento, fu speziale e filosofa padovana, scrisse un testo in forma epistolare - Lettere di philosophia naturale – che ebbe l’attenzione dell’Inquisizione, ma che fu sicuramente uno dei primi esempi di scrittura scientifica femminile che univa farmacopea, alchimia e filosofia.
La donna viene presentata esultante, mentre si libra nell’aria con un salto, alzando con la mano sinistra un alambicco fumante: il suo strumento del sapere è brandito come un trofeo. La sua vittoria, la sua apoteosi, è confermata dall’oro che domina sul fondo e che avvolge tutte le altre alchimiste di questa stanza.
Lo psicanalista Massimo Recalcati ha pubblicato per Marsilio, in occasione della mostra, Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, per rispondere alle domande: “È possibile generare qualcosa di vivo da ciò che appare già morto? È possibile fare dei resti un’opera nuova?”. E’ il tema, la grande questione posta da Kiefer all’origine di questo suo ultimo lavoro e che riecheggia in molte sue opere: la domanda, per ognuno di noi, è riproposta con forza dall’artista tedesco e rimane sempre aperta

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 A. Kiefer, Camilla Erculiani, 2025, emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi e collage di tela su tela, 570x280 cm

 

A cura di:

GIUSEPPINA BOLZONI, laureata nel 1985 presso l’Università del Sacro Cuore di Milano, dal 1986 insegna Storia dell’Arte al liceo artistico della Fondazione Sacro Cuore di Milano, ove ha contribuito all’elaborazione del progetto sperimentale su base quinquennale.

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