DURAMADRE

di Erica Cassano

ed. Garzanti,  2025, € 19.00, p 336

 

«Celeste arriva al Paese Nuovo in un’aria azzurrina, appiccicosa di moscerini.»

 Inizia con questa immagine sensoriale ed evocativa l'esordio di Erica Cassano, capace di compiere un piccolo miracolo letterario: fare un tuffo in quel passato che solo gli attuali ultrasettantenni ricordano, ricostruendo un mondo che non ha vissuto direttamente, ma che ha ereditato dai racconti dei nonni. Siamo nella Calabria degli anni Sessanta, l'epoca del boom economico al Nord e dell'emigrazione al Sud.

In questa ricostruzione emerge con forza la natura profondamente femminile della scrittura dell'autrice. È una penna densa, quasi tattile, ricca di minuzie, sfumature domestiche e particolari psicologici che solo uno sguardo di donna sa cogliere e rendere centrali nella narrazione. Un’attenzione al dettaglio talvolta esasperata che, se da un lato ha il merito di restituire l'esatta temperatura emotiva di un'epoca, dall'altro finisce per rallentare il ritmo. L'equilibrio strutturale tra riflessione, dialogo e azione a tratti vacilla, proprio perché la narrazione indugia sulla ricchezza descrittiva di presenze e oggetti laddove il lettore vorrebbe invece veder scorrere gli eventi.

Quello di Cassano, tuttavia, non è un semplice romanzo di ambientazione storica. È un'indagine spietata su una realtà che si può comprendere solo se si conosce la netta distinzione morale fra due sentimenti: la colpa e la vergogna.

Nell'antico mondo tragico greco, che forgiò l’anima del Mediterraneo, Aidos era la divinità della vergogna, l'ultima a lasciare la terra dopo l'età dell'oro insieme a Nemesi, la vendetta. È lo stesso sentimento arcaico che ritroviamo in Eschilo, Euripide e Sofocle, e che qui si traduce nella frase con cui le madri del Sud liquidavano ogni scandalo: «E che, dobbiamo farci conoscere?!». La vergogna, in questa terra, penetra nelle famiglie come un virus.

Si consuma qui il cortocircuito tra mondo antico e moderno. Mentre la civiltà contemporanea si fonda sul concetto di "colpa" – un sentimento intimo, privato, legato alla coscienza del singolo e riparabile attraverso il rimorso o il perdono –, il Paese Nuovo è ancora radicalmente dominato dalla "cultura della vergogna" (shame culture). In questo sistema di valori di stampo omerico, l'individuo esiste solo in funzione dello sguardo della comunità: non importa ciò che si è nel profondo, ma l'immagine che si proietta all'esterno. Il peccato non è l'azione in sé, ma il fatto che diventi pubblica.

È in questo meccanismo terribilmente chiuso che si muove Celeste, un'insegnante quarantenne arrivata da Napoli insieme al compagno Tonio. Celeste è una donna moderna e indipendente, ma agli occhi del paese è un corpo estraneo, un'anomalia da rigettare: ha quarant'anni, è nubile, convive ed è ben undici anni più grande del fidanzato. Il contrasto esplode tra le mura domestiche e tra i banchi di scuola, dove una comunità ferocemente conformista la boicotta fin dal primo giorno.

Eppure, in questo affresco rigido, la scrittrice – intercettando una sensibilità tipica del mondo giovanile di oggi – riesce a scovare germogli di insospettabile libertà. Cassano posa il suo sguardo complice su quei personaggi che, per indole o condizione sociale, vivono fuori dall'omologazione paesana. Lo vediamo in Uccialì, l'amico di Tonio, o nello stesso Vincenzo (marito di Laura, la madre di Tonio): una figura tragica e adultera che rompe le regole, salvo poi arrendersi e tornare a casa in una fredda notte d'inverno, sconfitto dalle stesse logiche che aveva provato a sfidare.

Inizia così un percorso in salita, dove la pazienza è l'unica arma e la vera tragedia finisce per consumarsi dentro la coppia. Tonio, diviso tra il desiderio di riscatto e l'ombra di un segreto mai confessato, si scopre schiacciato dal giudizio della gente, lasciando Celeste sola nella sua battaglia.

Proprio in virtù di questa frizione tra l'azione, la sosta descrittiva e le spinte libertarie dei singoli, Duramadre non si rivela un romanzo sentimentale convenzionale. Ci regala, piuttosto, una storia complessa sulla catarsi e sulla ricerca della libertà individuale contro la coralità dei pregiudizi. Un esordio che ci ricorda come, a volte, la sfida più grande non sia farsi accettare da un paese sconosciuto, ma non restare mai stranieri a se stessi.

a cura di:

COSIMO MERO. Laureatosi in Lettere Moderne, ha frequentato i corsi di Scuola Superiore delle Cominuciazioni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Docente, ora in pensione, di materie letterarie e latino, ha sperimentato il valore della creatività del teatro e della scrittura creativa nella scuola con progetti ben accolti dagli studenti e dai docenti delle diverse scuole dove ha operato, tra cui, per quindici anni, il liceo classico A. Manzoni di Milano.

 

 

 

 

 

 

 

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