Arte
L'ANIMA TREMA? di Giuseppina Bolzoni
All’inizio di questo nuovo anno merita di essere fatto un viaggio a Torino per vedere, al Museo d’Arte Orientale, la mostra Chiharu Shiota: The Soul Trembles (a cura di Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum, Davide Quadrio, direttore del MAO, con l’assistenza curatoriale di Anna Musini e Francesca Filisetti), invitando anche gli allievi, che potranno conoscere una delle più interessanti protagoniste dell’arte contemporanea internazionale, Chiharu Shiota, nata ad Osaka nel 1972 e residente a Berlino, che qui condivide con il suo pubblico esperienze, ricordi, desideri e riflessioni che l’hanno accompagnata nella sua carriera, fino al presente. La sua ricerca si sviluppa da oltre trent’anni in un percorso che attraversa scultura, video, performance, fotografia e disegno, ma soprattutto installazioni immersive "site-specific".
La mostra è già stata ospitata in diverse città nel mondo (Tokyo, Corea del Sud, Shanghai, Brisbane, Parigi, ecc.) e ciò che stupisce è proprio la capacità di parlare a tutti, ponendo “interrogativi su concetti universali ed esistenziali quali l’identità, la relazione con l’altro, la vita e la morte; valicando i confini temporali e spaziali”, come si legge nella presentazione della mostra nel sito del MAO. Lo stesso titolo che l’artista ha voluto dare all’esposizione chiama in causa la percezione visiva e quella sensoriale più ampia, ma anche il cuore, l’anima, la visione interiore dell’uomo, che “freme” insieme a quella dell’artista, che desidera che l’esperienza dell’”io” diventi un “noi”. Al termine della visita di ogni sala, rivolgiamo a noi stessi ed ai ragazzi quelle domande che nascono dall’incontro con le opere, come ha fatto una collega portando una classe di studenti del primo anno.
Introducono il percorso due installazioni (1, 2) al pian terreno, subito dopo l’ingresso, attraverso le quali l’artista ci fa passare, invitandoci ad un viaggio - barche sospese “intrappolate” - e al superamento di un varco - cornici di finestre- che è fisico, ma già anche mentale, per aprirci a qualcosa di nuovo, ignoto e inaspettato. Chiharu ha cercato le cornici una ad una a Berlino, nei cantieri, le percepiva “come una pelle” (sé stessa) da cui voleva uscire. E intanto pensava alla caduta del muro e le venivano in mente “i ventotto anni in cui Est e Ovest sono stati divisi e (…) la vita di quelle persone, che erano della stessa nazionalità e parlavano la stessa lingua. Mi chiedo come vedevano la vita a Berlino, a cosa pensavano.”

1. Chiharu Shiota, Where Are We Going? 2017-25, lana bianca, filo metallico

- Chiharu Shiota, Inside – Outside, 2008-25vecchie cornici di legno, dimensioni variabili
Il suo presente si raccorda continuamente ad un vissuto, ad un passato che ancora brucia, “freme”, potremmo dire. Ed è proprio il filo del ricordo, che diventa fisico, il protagonista delle sale che di seguito ci accolgono.
Stiamo aprendo la nostra finestra?
“I fili si ingarbugliano, si intrecciano, si spezzano, si snodano.
Riflettono costantemente una parte del mio stato mentale, come se rappresentassero la condizione dei rapporti umani.”
L’opera (3) è costituita da un insieme di telai di barche che sembrano fluttuare nel vuoto, dalle quali sorge una fitta rete di fili rossi che si espande nello spazio, avvolgendo chi cammina in mezzo ad esse e collegando le pareti

- Shiharu Shiota, Uncertain journey, 2016/2025, telaio metallico, lana rossa
I fili sono quelle relazioni invisibili che chi viaggia vuole intrecciare, benché il navigare sia instabile, fragile, apparentemente senza meta. Nella tradizione asiatica il filo rosso lega le persone predestinate a incontrarsi, a noi ricorda anche il nostro complesso apparato circolatorio e quella rete di connessioni che ci legano al mondo. Infatti, il viaggio non è mai solitario: ogni movimento è influenzato dagli altri e continuamente ad essi ci affidiamo.
Nel nostro viaggio a chi ci sentiamo legati, a chi ci affidiamo?
Dopo essere stati abbracciati e sospinti dalla trama dei fili rossi, ci troviamo in una sala che nasce da un’esperienza profondamente personale di Chiharu legata alla malattia e al confronto diretto con la fragilità del corpo, che appare come uno sconosciuto.
Il titolo (4 Out of my body) suggerisce una condizione limite: sentirsi fuori dal proprio corpo, anzi sentirsi “a pezzi”, così come quelle parti anatomiche collocate sul pavimento, sospese a dei fili o su un tavolo. Abiti, impronte, reti sono ciò che rimane quando il corpo non è più presente, benché ci siano materiali come il cuoio e bronzo che suggeriscono una volontà di durata: ma qui l’artista ci dice che l’identità non coincide solo con la materia.
Nello spazio, il vuoto è dominante, simbolo di solitudine, sofferenza, alienazione

- Shiharu Shiota, Out of my body, 2019, cuoio, bronzo, struttura metallica
Quando siamo “fuori di noi”, cosa vediamo di noi? Nulla o l’anima si fa più presente?
Ed eccoci proiettati in un altro ambiente in cui ci immergiamo, avvolti, sia noi che un pianoforte e delle sedie, da fili neri, che ci parlano di una combustione. Un altro filo della memoria che si intreccia con il presente.
“Quando avevo nove anni, scoppiò un incendio nella casa accanto alla nostra. Il giorno dopo, davanti all'abitazione c'era un pianoforte. Bruciato fino a diventare nero come il carbone, mi sembrò un simbolo ancora più bello di prima. Un silenzio indescrivibile scese su di me, e nei giorni successivi, ogni volta che il vento portava in casa quell'odore di bruciato, sentivo la mia voce offuscarsi. Ci sono cose che sprofondano nei recessi della mente e altre che, per quanto ci si provi, non trovano forma, né fisica né verbale. Eppure, esistono, come anime senza una forma tangibile. Più ci pensi, più il loro suono svanisce dalla mente, e più la loro esistenza diventa concreta”.

- Shiharu Shiota, In silence, 2002, pianoforte, sedia, fili neri, oggetti bruciati
Shiota ci parla di una perdita, dell’assenza del suono e del colore nero che evoca la notte o il lutto, un ignoto o la profondità della memoria. Quando le cose non suonano più la loro canzone, si apre uno spazio nuovo, che all’inizio può sembrare spaventoso. Ma questa condizione di “silenzio” ci permette di ritornare alla loro funzione originaria e di domandarci: “un pianoforte perché suona? Un uomo è un uomo perché cammina? Ed io, perché sono io?”
Le sale che seguono documentano con foto e video la storia personale ed artistica di Chiharu. Le opere della mostra continuano al piano superiore, dove decine di valigie oscillanti (6), sospese al soffitto da fili rossi sono simboli di spostamenti, migrazioni e ricordi, parte dell’esperienza di tutti noi.

- Shiharu Shiota, Accumulation –Searching for the Destination, 2021, valigie, motore e corda rossa
In una recente intervista, l’artista, a proposito del significato dei fili dice: “Per me i fili non parlano tanto di protezione o di costrizione, quanto della creazione di un’emozione che spesso rimane inespressa. Creano un’esperienza che si sviluppa sia per me sia per lo spettatore, quando entra nell’installazione.” Nella sala, la sensazione di instabilità, di sospensione del movimento, nonostante l’oscillare delle valigie, è molto potente e ci spinge a chiederci “la valigia contiene solo il necessario al viaggio o è anche un contenitore di memorie, desideri, paure, aspettative? Proviamo a rileggere Prima del viaggio di Eugenio Montale!
Ancora Shiota dice, a proposito delle valigie o di altri oggetti delle sue installazioni: “Usare questi oggetti nel mio lavoro lo trasforma da una semplice esperienza visiva a un’esperienza emotiva, in cui memoria e storie di vita sono incorporate nello spazio.
Un’altra esperienza sorprendente è quella offerta dalla sala con l’opera Reflection of Space and Time (7), che utilizza un abito da sposa e la sua immagine specchiata all’interno di una grande teca di vetro, dove s’intrecciano fili neri.
Lo spazio si moltiplica e si frammenta, rendendo instabile il confine tra interno ed esterno, tra passato e presente. Lo spazio è un organismo in continua trasformazione, che cambia in base al punto di vista del visitatore. Ogni movimento del visitatore modifica anche l’opera, aggiungendo una nuova immagine.

- Chiharu Shiota, Reflection of Space and Time 2018, vestito bianco, specchio, metallo, filo nero di Alcantara
“Voglio che la gente si chieda: Chi sono? E cos’è l’esistenza?” Al di là e attraverso i “punti di vista” diversi.
Al termine dei necessariamente pochi suggerimenti sulle installazioni più impressionanti e sulle caratteristiche salienti dell’artista, vi chiedo di soffermarvi, in mostra, nell’ultima sezione che presenta disegni, fotografie e lavori bidimensionali, lavori su carta che permettono di entrare nel processo creativo di Shiota. Il disegno è per l’artista un gesto primario, intimo, quasi meditativo. È il luogo in cui le idee prendono forma prima di diventare spazio.
Disegni che diventano ricami, elaboratissimi vortici che simboleggiano l’immensità dell’universo, a cui un esile figura d’uomo è legato da altrettanto sottili fili. La serie di questi disegni, che arrivano fino al presente, s’intitola Connected to the Universe (8).

- Chiharu Shiota, Connected to the Universe, 2025
Infine, al MUDEC di Milano è visibile, fino al 28 giugno, The Moment the Snow Melts, l’installazione site-specific di Chiharu, anteprima della mostra The Sense of Snow in programma nel museo dal 12 febbraio. L’Agorà diventa un ambiente rarefatto, composto da una fitta caduta di fili appesi verticalmente al soffitto, con all’estremità appunti e fogli di carta che riportano i nomi di persone che hanno fatto parte delle nostre vite. Il pubblico è invitato a depositare nell’apposita scatola presente al MUDEC o da inviare in formato digitale un messaggio. Un altro modo per creare il “noi” e connettersi con l’universo.
A cura di:
GIUSEPPINA BOLZONI, laureata nel 1985 presso l’Università del Sacro Cuore di Milano, dal 1986 insegna Storia dell’Arte al liceo artistico della Fondazione Sacro Cuore di Milano, ove ha contribuito all’elaborazione del progetto sperimentale su base quinquennale.






