Film
NORIMBERGA (NUREMBERG)
USA 2025
Regia: James Vanderbilt
Con Russel Crowe, Rami Malek, Michael Shannon, Richard E. Grant
Scritto e diretto dal regista James Vanderbilt e basato sul libro di Jack El-Hai del 2013 “Il Nazista e lo Psichiatra”, Norimberga ripercorre un periodo cruciale nella storia del ’900. Il film evidenzia anche quanto i fatti accaduti in quel tribunale nel 1945 siano inscindibili dall’ascesa degli Stati Uniti come superpotenza globale, e guarda a quel momento con un senso di cupa inevitabilità, unita alla delusione per la leggerezza con cui l’America ha abbandonato i principi per i quali ha così duramente lottato in quegli anni.
La vicenda: al seguito del crollo della Germania e dell’invasione alleata, a Douglas Kelley (Rami Malek), tenente colonnello dell’esercito statunitense e primario di psichiatria presso il carcere di Norimberga, viene ordinato di sottoporre a visita psichiatrica i membri sopravvissuti dell’alto comando nazista, in vista dei processi da tenere nella città. Rimane subito affascinato dal braccio destro di Hitler, Hermann Göring (Russell Crowe), che sembra certo di riuscire a evitare il processo. Kelley intravede nell’incarico l’opportunità di farsi un nome e inizia a progettare un libro su Göring e su ciò che rendeva uomini come lui vulnerabili all’influenza di Hitler; all’inizio del processo però, la sua ossessione per il carismatico gerarca mette in conflitto la sua morale personale con la ricerca della giustizia.
Proprio come Vincitori e vinti di Stanley Kramer esplorava i processi di Norimberga sullo sfondo dell’emergente “guerra fredda”, il film di Vanderbilt li legge e presenta come uno specchio della nostra attuale era autoritaria. Sebbene si possa pensare che il ruolo sarebbe dovuto andare a un attore tedesco, la scelta di Russell Crowe e della viscida ambiguità con cui interpreta il personaggio si rivela un’oculata scelta di casting, basata anche sulla nostra familiarità con l’attore. Il suo Göring è sfuggente, pacato, anche seducente: un mostro fin troppo umano che può tenere tra le mani tutte le contraddizioni mostrate nel film. Come può un paese civile come la Germania trasformarsi in un mattatoio? E come può un padre di famiglia diventare uno spietato macellaio? La mossa del regista sta nell’umanizzare questo nazista, permettendoci di vedere la follia della storia, di come ci si affretti a caratterizzare coloro che commettono atrocità più come mostri dai denti affilati che come persone fallibili e suscettibili all’influenza di chi si ritiene superiore, e quindi non riuscendo a riconoscere quante atrocità si siano già potute commettere. Come insegna Hannah Arendt ne “La banalità del male”, nessuno si sveglia la mattina e di colpo sceglie di fare l’inconcepibile; evidentemente Vanderbilt vuole che ritorniamo sulle migliaia di piccole decisioni, individuali e collettive, che portano anche le società apparentemente civili al disastro.
I processi di Norimberga per la prima volta hanno riunito la comunità globale con la convinzione di poter reindirizzare la storia verso la giustizia, dopo le atrocità dell’Olocausto. Ma proprio come in Vincitori e vinti, il film di Vanderbilt vede la giustizia come un obiettivo vago, forse irraggiungibile; la questione della rettitudine morale viene sgonfiata dalla tetra vicenda delle impiccagioni e dei suicidi. Come dice il dottor Kelley all’inizio: «Cosa distingue questi uomini da tutti gli altri? Cosa ha permesso loro di commettere i crimini che hanno commesso? Cosa rende i tedeschi differenti da noi americani?». E, osiamo aggiungere, da tanti altri popoli della Terra?
Beppe Musicco
www.sentieridelcinema.it
A cura di:
BEPPE MUSICCO, giornalista cinematografico e critico. Cofondatore e attuale presidente dell’associazione culturale Sentieri del Cinema ( www.sentieridelcinema.it ). Autore di libri di cinema, consigliere di amministrazione della Fondazione Cineteca di Milano.






