Letteratura
PRIMA DELL'ALBA
di Paolo Malaguti
ed. Neri Pozza, 2017, € 17.00, p 304
Prima dell’alba, di Paolo Malaguti, è un romanzo storico, dedicato alle vicende del fronte italiano durante la Prima guerra mondiale, precisamente ai fatti occorsi immediatamente prima e subito dopo la disfatta di Caporetto del 1917, nel cui centenario, appunto, è stato scritto.
Il romanzo è dedicato “alla memoria dell’artigliere Alessandro Ruffini, fucilato a ventiquattro anni a Noventa Padovana il 3 novembre 1917, per un sigaro. Su ordine del generale Andrea Graziani”.
La disfatta di Caporetto, dunque, è traguardata da un’ottica particolare: la feroce e arbitraria repressione di ogni impulso di rilassamento disciplinare o di tentativo di fuga nelle file degli Italiani in rotta. E nove dei diciotto capitoli del romanzo, uno sì e uno no, recano in esergo un trafiletto “in memoria” di uno o più soldati fucilati o incarcerati per lunghi anni per aver scritto a casa notizie diverse da quelle ufficiali, per atti di disobbedienza, per diserzione (assai sommariamente verificata), per sbandamento di fronte al nemico. Tutti citati puntigliosamente con nome, cognome, età, luogo di provenienza. Gli altri capitoli sono invece preceduti da passi di lettere censurate: la guerra come la vivevano i soldati, insensato infernale macello.
Documenti, dunque, che stringono saldamente la narrazione alla storia, con un ancoraggio anche linguistico e psicologico che si aggiunge alla precisa ricostruzione delle vicende belliche e rende plausibile la scelta di raccontare la guerra attraverso la voce del soldato detto il Vecio, il suo lessico, la sua sintassi, il suo sentire, nella forma dell’indiretto libero.
Ma con questo abbiamo accennato solo a metà del libro; l’altra metà potrebbe essere ascritta al genere del giallo, senza peraltro fuoriuscire dall’alveo del romanzo storico. Storico è infatti l’accadimento che la motiva: la misteriosa morte del generale Andrea Graziani.
Com’è noto, Andrea Graziani aveva combattuto in Eritrea, poi aveva operato con efficienza nel soccorso alle popolazioni terremotate di Messina e di Avezzano. Allo scoppio della guerra, inviato sul fronte orientale, diede prova di crudele accanimento nei confronti di disobbedienze e diserzioni, al punto che si dubitò della sua sanità mentale. Non fu però rimosso, ebbe anzi il compito di sovrintendere allo sgombero della popolazione dopo Caporetto, e proseguì la sua guerra personale contro l’indisciplina e la diserzione, arrivando a vertici di crudeltà che infine trapelarono e diedero scandalo; come accadde, ad esempio, per l’esecuzione di Alessandro Ruffini, colpevole di aver fatto il saluto militare senza togliersi il sigaro di bocca. Nel dopoguerra aderì al fascismo e continuò un’intensa attività pubblica tra Roma e il Veneto, fino al febbraio del 1931, quando fu trovato morto nella scarpata della ferrovia, presso Calenzano.
L’inchiesta, appena incominciata, fu bloccata dalle autorità e la morte attribuita ad un incidente, peraltro implausibile alla luce delle prime constatazioni.
E qui si inserisce l’invenzione romanzesca. Malaguti immagina che l’ispettore incaricato dell’indagine la prosegua ufficiosamente, per uno scrupolo, un pungolo personale, dopo che è stata chiusa per ordini superiori, e giunga a incontrare l’assassino di Graziani. Non lo arresta, naturalmente, anzi, non può impedirsi di solidarizzare, in fondo. All’assassino lo unisce l’esperienza della guerra, dalla quale l’altro ha riportato una devastazione anche fisica da cui Malossi è stato risparmiato. Si trovano così di fronte, l’assassino e il poliziotto: il reduce che non può più tornare alla vita normale, inchiodato all’inferno della trincea non solo dalla distruzione psicologica e spirituale ma anche dal suo volto, che di quell’orrore è divenuto carnale metafora; il reduce più fortunato, al quale l’integrità fisica ha consentito di ritornare a vivere e forse, fino a un certo punto, di dimenticare.
Occasione dell’incontro è il pomposo funerale di Graziani. La figura del generale è il perno, il punto in cui si annodano le vicende individuali dei protagonisti, il reagente che porta a compimento i due diversi cammini. Entrambi, il poliziotto e l’assassino, si trovano immersi nella retorica della vittoria e dell’eroismo patriottico, dispiegata in tutta la sua imponenza proprio nella circostanza che, a chi sa, più la svela come falsa e paradossale. L’assassino ha fornito alla menzogna una ennesima, clamorosa occasione; il poliziotto è costretto ad andare oltre lo sprezzante fastidio e a porsi una domanda in più: perché funziona? Perfino sulla fitta schiera di mutilati, come rivelano i loro volti commossi?
Perché si vuole vivere, e per farlo bisogna dare un senso alla propria giovinezza straziata, al corpo sconciato, alle azioni che mai si sarebbe voluto compiere. Perché vogliamo vivere, quando resti almeno un brandello cui attaccarsi, fosse pure un cartoccio di menzogne. Vogliamo la vita normale, fino a quando l’oltranza dell’offesa non ce ne escluda del tutto. E allora si acconsente a chiudere la porta alla verità per non aprirla all’autodistruzione o all’assassinio.
La narrazione è quindi articolata su tre livelli: il nudo documento; la ricostruzione storico-letteraria dei fatti del 1917; la morte di Graziani nel 1931 e l’indagine inventata di Ottaviano Malossi. L’autore si muove da un minimo a un massimo di invenzione e insieme dall’immediatezza dell’esperienza alla sua rielaborazione successiva, personale e collettiva, senza mai confondere i piani ma intrecciandoli: se tutti i capitoli, come si è detto, recano in esergo un documento, a loro volta sono distribuiti alternativamente tra i fatti del ’31 e quelli del ’17. Ne deriva un effetto di dilatazione, per cui i fatti del ’31, che occupano nella realtà pochi giorni, si distendono lungo tutto il romanzo, sicché le voci della trincea, oltre che come antefatto oggettivo, appaiono anche come figura di una sorta di tempo interiore di Malossi, di un cammino personale di riappropriazione dell’esperienza della guerra e della verità su di essa.
Considerando che anche i capitoli relativi al ’31 consistono essenzialmente di un lungo discorso indiretto libero che dà voce a Malossi, ci si può chiedere dove si rinvenga la voce dell’autore, dove, quindi, il marchio della contemporaneità.
Malaguti non prende mai direttamente la parola, ma la sua voce di scrittore del ventunesimo secolo si sente, come un basso continuo in uno stile caratterizzato peraltro da un’ammirevole economia di aggettivi e impressionismi. Quel basso continuo è costituito dalla coscienza piena dell’orrore. Nelle pagine di Malaguti si avverte il precipitato di un secolo di letteratura, di cinema, di arte su quella guerra e sulle altre che sono seguite, se ne coglie l’esito denso, definitivo.
Muovendosi sul periglioso confine tra il velare pietosamente l’insostenibile e lo sfruttarne cinicamente l’effetto, Malaguti sta dalla parte dei testimoni che all’esperienza della guerra nulla hanno concesso.
La memoria di chi scrive queste righe corre, ad esempio, a Clemente Rebora:
“A Podgora è immerso nel fango rosso e nella merda. Non è capace di uccidere. Sente il macello. Vuole vivere, vivere, vivere” (lettera riferita da Alfredo Panzini)
“La vita (Sono come un ugolino anonimo, fra lezzo di vivi e morti, imbestiato e paralizzato per la colpa e la pietà, e l’orrendezza degli uomini- di fronte a Gorizia) ch’io lordo nella gora del tempo, è quella di un troglodita che chiude un cuore” (lettera a Antonio Banfi)
“gettato faccia a faccia con i diavoli della Città del Male, non seppi scansarmi dal guardare il viso impietrante di Medusa ch’essi mi sbarattarono davanti agli occhi- e anziché mirare al fine ideale e con l’aiuto dell’alto vincere le difficoltà e aprire le porte verso il Bene, io retrocessi, non resistendo al disumano presente, sin quasi alla negazione passiva e agitata degli ignavi” (lettera al colonnello Giovanni Capristo)
Malaguti ci fa guardare Medusa, senza aggiungere nulla, che non serve.
Dopo un’altra guerra mondiale, nuove oltranze dell’orrore, le vette della scienza piegate ai fini della strage, e oggi la distruzione, cinica, pazza o distratta, delle poche barriere frapposte, che cosa in noi Medusa non ha ancora piegato?
Ottaviano Malossi, nel romanzo, muove un passo autonomo verso la verità, anche se per farlo deve scendere di nuovo agli inferi dell’anima. Rebora continua la sua lettera a Capristo con le parole “E da allora cominciò la mia conversione”. E noi?
a cura di:
GIULIANA ZANELLO. E' nata a Milano nel 1957. Si è laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha insegnato al liceo classico di Busto Arsizio. Collabora occasionalmente con IlSussidiario.net






