LA MATERIA DEL CONTENDERE

di Giancarlo Pontiggia

ed. Garzanti  2025, € 18.00, p 372, 

 

C’è, in quest’ultimo libro di Giancarlo Pontiggia, finalista al Premio Strega, un desiderio di cose normali, di poter dire questa è una scodella, di vino e pane e passato di legumi sulla tavola; e ci sono un secchio, un pozzo, un bambino che medita sul compito o gioca a piastrella, e robinie e il sole di giugno e la pioggia e la notte.
C’è, nello svolgersi sinuoso della sua musica discreta, la vita; e c’è il tempo, che non fugge ma giace, nel cui corpo immenso tutto il passato persiste, non troppo diverso dal presente, come il presente misterioso e di quando in quando lampeggiante.
E c’è il vento, seminatore della vita e messaggero del suo mistero.
Di tutto questo Pontiggia ci dice in primo luogo che “c’è”:

(…) C’è un cuore austero

 prima di ogni verso

e sogni, e cieli, e intonaci

e tutta la vita del mondo

 che stride, gorgoglia

come un ranocchio di fiume

 al suo primo salto

da Un secchio (Origini)

Come l’autore stesso ha chiarito in un bell’incontro al Centro Culturale di Milano, l’affermazione di esistenza, il nome nudo, “sacro”, delle cose è guadagno per nulla scontato, allo sbocco della radicale revoca di attendibilità agli strumenti conoscitivi e all’evidenza esperienziale in cui si è estenuata la cultura novecentesca.

Tutto è pieno di dei, di vita che pullula.

Oppure non c’è un bel niente, (…)

e va bene così. (…)

È molta, troppa, la materia del contendere (…)

Non credere a chi crede troppo,

e neanche a chi non crede, sii

come la luce di questa baia, dove fa notte,

e basta.

da Tutto è pieno di dei, di vita che pullula

La realtà si lascia riaffermare, a patto, tuttavia, di non imprigionarla, di non farsene padroni. Ciò che c’è si lascia cogliere nel suo esserci, elargisce la consolazione del suo statuto di realtà solo a chi lo avverta ogni volta come miracolosa epifania, evidente e insieme gravida di una profondità avventurosa e inesauribile, di cui quell’evidenza è preziosa messaggera.

(…) c’è qualcosa, forse, che mi sfugge

roba di cui so

 sempre di meno

e che pure c’è

anche se non so di che materia sia

se ombre o sostanza vera

e da dove vengano

e come

 e cosa il tempo che ci contiene

e quel che ci sovrasta

da Racconto d’autunno (Stoffe)

Il viaggio della conoscenza e dell’esperienza mette capo, socraticamente, al consapevole non sapere. Solo che, mentre si sbriciolano sicurezze, formule e sistemi, l’orizzonte non è segnato dal nulla ma dalla presenza di qualcosa che “pure c’è” e dal presagio di qualcosa che deve venire. Perché se è vero che l’agitarsi del nostro presente si dissolve in nulla al cospetto dello sconfinato giacere del tempo, accade anche che nel tempo qualcosa nasca, si muova, avanzi:

Qualcosa ha inizio da questa notte,

qualcosa

che non è niente, eppure si fa strada

nel subbuglio delle cose, nel disordine

del mondo, qualcosa

che non è niente eppure c’è,

e ci segue, in un clamore

di vicende, di strepiti insensati, di vita

dentro la vita, qualcosa

che non è ancora qualcosa,

un presagio, un soffio, forse un dire

d’ombra, un suono

sceso giù da chissà quale pertugio

e s’inoltra

Un presagio, un soffio (Qualcosa)

Ogni oggetto, si diceva, lascia lampeggiare la sua avventurosa profondità. Così un basolo, una pietra di un’antica strada romana, ci sussurra i millenni che ne hanno levigato la superficie, gli zoccoli dei cavalli, la vita del foro, uno schiavo fuggiasco, un passero con un’ala rotta.

 In fondo alle cose

 è un tumulto che assorda, una ferita

che sgocciola, senza nome. Troppe viscere

nei nostri pensieri, troppi pensieri

tra le nostre unghie

C’è più fossile in noi

che in tutte le rocce del mondo

 da Fossile

Sono questi i versi conclusivi della lirica Fossile, immediatamente successiva, nell’ordine del libro, a Un basolo, sogna. L’accostamento è significativo. Assordati dal rumore dei nostri traffici, dal frastuono delle nostre parole, non prestiamo orecchio a ciò che davvero accade, eterno e grandioso, fuori di noi e dentro di noi: il perenne zampillare e conservarsi della vita, inesauribile nel suo lavorio nascosto, nel suo scomparire alla luce per scorrere in cunicoli, sostare in pozze immobili, intrecciarsi in grovigli e grumi. Sicché, nel dato biologico come in quello culturale, ciascuno è lo sbocciare imprevedibile alla luce di qualcosa che ha viaggiato per millenni, di generazione in generazione, inabissandosi, deviando, urtando, riemergendo per poi di nuovo inabissarsi. Si addita così anche lo statuto della cultura, come viaggio dentro lo stratificarsi del mondo e gli innumeri strati dell’umana vicenda. Indefessa archeologia che non differisce nella sostanza dall’indagine su di sé, riconciliando il soggetto con gli altri uomini, con tutti gli altri uomini per quanto lontani nel tempo, e l’io con il mondo: tutto e tutti presi nella vicenda degli elementi, tra i rumori della notte e il soffiare del vento, nel perpetuo risbocciare, da un pertugio, della vita.

Come appare anche nella antologia minima qui proposta, i riferimenti culturali si affollano. Se l’accento batte in particolare sulle prospettive della filosofia presocratica, alla ricerca non di sistemi ma di verginità di sguardo, altrove emergono un verso di Guinizzelli o immagini dantesche; l’ombra inquieta del principe di Danimarca si avvicenda con Simonide, con le grotte di Lascaux, con una porta lignea di età imperiale restituita dalle acque del Bosforo, con l’iscrizione su un coccio che fu una brocca.

(…) qualcosa

 ricordava qualcosa, come una tensione, un premere

delle cose sulle cose, l’ombra

scivolava dentro i vetri, frugava

nel fogliame dei secoli

 da Frammenti, in autunno

Anche il poeta fruga nel fogliame dei secoli, come nel sottobosco, come nei meandri della mente, in un ascolto che si vorrebbe definire umile e trepido. Lo spessore culturale è coscienza dello spessore del mondo, della ricchezza insondabile e venerabile di ogni cosa, a cui si giunge mirando a un cuore austero che il linguaggio deve aver cura di non tradire, bandendo compiacimenti soggettivi ed eruditi orpelli. Facendosi ascetico, perché (…) soffia / sulle cose del mondo un vento di indicibile ed

 (…) è come

scendere gradino per gradino nell’anima

di qualcosa

che si macera, stride,

sprofonda

in un’arcadia di foglie e di pensieri,

è

da È (Nell’anima di qualcosa)

 

a cura di:

Giuliana Zanello. E' nata a Milano nel 1957. Si è laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha insegnato al liceo classico di Busto Arsizio. Collabora occasionalmente con IlSussidiario.net

 

 

 

 

 

 

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