PASOLINI E LA PROFEZIA DELLA "FEROCIA". Il ritorno di RAGAZZI DI VITA

di Pier Paolo Pasolini

ed. Garzanti  2025, € 24.00, , p 372, 

 

C’era uno scrittore che per anni non avevo mai decifrato, vittima di quella "superba ignoranza" che spesso ci scherma dai classici più scomodi. Ma l'incontro con il primo romanzo di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita (Garzanti), ha squarciato il velo del pregiudizio. Non siamo davanti a un semplice reperto del Neorealismo, ma a un’opera profetica che oggi, nella sua versione inedita e integrale a cura di Maria Careri, ci appare in tutta la sua brutale verità.

Il romanzo procede per blocchi di esistenza pura. È quella che Gianfranco Contini definì magistralmente un’«epopea picaro-romanesca»: un viaggio attraverso una Roma ancestrale dove il Riccetto e i suoi compagni, come moderni picari, sopravvivono ai margini della storia. Pasolini ne celebra lo slancio vitale, descrivendoli come una «muta di cani che ha perso la traccia, ma non smette di correre». In loro brilla l'amor fati di Nietzsche: un'accettazione gioiosa eppur tragica del destino che si manifesta nel «ghigno di ironia rassegnata» con cui Alduccio guarda alla propria fame: «Qua semo uno più morto de fame dell’artro».

Il meticoloso recupero filologico operato da Maria Careri ci permette di comprendere come il testo originale fosse ancora più "eversivo" di quanto la censura dell'epoca lasciasse trasparire. Quelle varianti linguistiche e descrittive mostrano una sessualità vissuta come una «faccenda di muscoli e di fame». La censura borghese non colpiva l'oscenità, ma l'essenza antiborghese di corpi non ancora omologati. Pasolini vedeva in quella "inciviltà" una forma di sacralità pagana, un'ultima resistenza prima del grande genocidio culturale operato dalla scuola di Stato e dalla televisione.

Per i ragazzi di vita, Roma spoglia ogni pretesa di Caput Mundi e di centro della cristianità cattolica. Essa appare come una foresta di case, una geografia brutale divisa tra palazzi belli per i ricchi, per le istituzioni governative, e baracche brutte per i poveri, con l’ingombrante presenza del "Cupolone" in mezzo: un simbolo religioso ridotto a puro punto di riferimento orientativo in una giungla di sopravvivenza.

L'intuizione di Pasolini rivive oggi con precisione chirurgica nei giovani immigrati di seconda generazione, i cosiddetti "maranza". Entrambi abitano quella zona d'ombra pre-culturale che ignora o rifiuta le regole della buona società. Il lavoro di Careri ci aiuta a capire che oggi la sfida è ancora più dura: la globalizzazione spinge verso una forma di omologazione planetaria molto più violenta di quella degli anni '70, una mutazione antropologica globale che Pasolini avrebbe aspramente stigmatizzato.

In ultima analisi, Ragazzi di vita pone una questione di senso lancinante. Da un lato il primitivismo dei reietti (dai borgatari ai maranza), che mantiene intatta la "cultura della foresta" anche nel cuore della metropoli. Dall'altro, il mondo borghese dei ricchi, che ha demandato tutta la propria vitalità a un consumismo vorace e a un’etica del self-control emotivo, proiettando i propri desideri di ordine e giustizia nei miti infantili dei supereroi dei fumetti.

Mentre il primitivismo manca di una direzione etica, il consumismo borghese scivola in un nichilismo profondo: un sistema che non distrugge solo le foreste fisiche, ma anche l’umana ricerca di senso. Pasolini ci avverte che, nel tentativo di civilizzare la "foresta" delle borgate per trasformarla in una società di consumatori disciplinati, abbiamo creato un deserto spirituale dove l’unica forza rimasta è un appetito che divora l'uomo e il suo mondo, privo ormai di ogni tensione verso il sacro.

 

 

a cura di:

COSIMO MERO. Laureatosi in Lettere Moderne, ha frequentato i corsi di Scuola Superiore delle Cominuciazioni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Docente, ora in pensione, di materie letterarie e latino, ha sperimentato il valore della creatività del teatro e della scrittura creativa nella scuola con progetti ben accolti dagli studenti e dai docenti delle diverse scuole dove ha operato, tra cui, per quindici anni, il liceo classico A. Manzoni di Milano.

 

 

 

 

 

 

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